LA TERRA ED IL CUORE a cura di Liliana Elyra

 


LA TERRA ED IL CUORE a cura di Liliana Elyra

 

Scesi dal vecchio trattore che era stato di mio padre e guardai con grande orgoglio il campo che avevo appena arato. La luce rosata di un fine tramonto rendeva il panorama ancora più suggestivo. Stavo pensando alle previsioni del tempo, che non preannunciavano ancora pioggia. Quest’anno ero riuscito a salvare il raccolto della colza e a venderla a un prezzo decente.

La campagna ai piedi dei monti Sabini era la mia casa. La conoscevo a menadito: ogni zolla di terra, ogni angolo nascosto. Sapevo come nutrirla, come prendermene cura e amarla in tutti i suoi aspetti.

Mentre rientravo a casa guidando, un pensiero mi sfiorò: la ricordai improvvisamente, la mia adorabile Marta, che avevo relegato nelle profondità della mente e in una stanza segreta del cuore.

Ricordai il nostro primo incontro.  Dopo una riunione fiume, decisi di andare a passeggiare al  Parco delle Cascine, a Firenze, lungo il greto del fiume, per alleggerirmi da tutte le parole ascoltate durante la giornata.

Vidi la sua figura: la postura dritta ed elegante, di una straordinaria raffinatezza. Era assorta nel suo dipinto, seduta su un piccolo panchetto — sembrava quello dei pescatori — davanti a sé un treppiedi e una tela.

Mi avvicinai lentamente e sentì una fragranza di rosa che mi colpì subito le narici. Lei si accorse della mia presenza, ripose con maestria i pennelli, si girò e, con una voce così dolce e gentile da farmi battere il cuore, mi chiese:
«Anche tu ami la pittura?»

Non risposi a parole ma le feci un bel sorriso.
Lei, senza aggiungere altro, cominciò a riporre le sue cose in un grande borsone. Allora, con un po’ di coraggio, le dissi:
«Hai bisogno di aiuto?»

«Sì, grazie. Abito poco lontano» rispose lei. «Ti faccio strada.»

La seguii portando con me tutto quello che potevo. Dopo un po’ di fatica, arrivammo davanti a una bella villetta degli anni Trenta. Lei tirò fuori una chiave dalla tasca e, prima di aprire la porta, disse:
«Vuoi salire per un tè?»

Esitai…

Se non fossi salito, forse avrei perso l’occasione di conoscere meglio quella splendida donna; ma non volevo nemmeno apparire invadente. Poi lei aggiunse una frase che mi fece prendere la decisione:
«Sai, ho preparato una cheesecake al pistacchio.»

pensai: Adoro il pistacchio!

Appena entrai, vidi un salottino arredato con cura, sebbene in vecchio stile. L’atmosfera era accogliente e calda. Marta mi fece cenno di accomodarmi, e io mi sedetti su un divanetto morbido, sprofondando tra i cuscini ricamati a mano. Lì sentii un profumo di pulito, fresco, inebriante.

Lei passò in cucina. La sentivo muoversi con delicatezza mentre preparava il tè e tagliava la torta. Mi sentivo come a casa, e fu una sensazione strana, come se la conoscessi da sempre.

Come due vecchi amici, prendemmo il tè e mangiammo la torta — era squisita — e cominciammo a conoscerci meglio. Le raccontai che ero appena arrivato a Firenze per un corso di aggiornamento: ero un agronomo, vivevo in un piccolo paese di campagna e gestivo da solo la mia azienda agricola.
Lei mi raccontò che era un’artista e che amava dipingere la natura. Solo allora notai, alle sue spalle, le pareti coperte di quadri che ritraevano fiori, piante e paesaggi.

Più parlavamo, più mi sentivo rilassato. Ogni pensiero sembrava svanire, mentre il suo profumo mi avvolgeva. Dietro quell’apparente compostezza — quasi british, avrei detto — intuivo una sensualità gentile e una dolcezza autentica.

Restammo a chiacchierare così a lungo che, quasi senza accorgercene, arrivò l’ora di cena.
«Senti, Aldo,» mi disse, «perché non rimani a cena qui con me?»

Esitai un momento. Avevo promesso ai miei colleghi che sarei andato con loro a mangiare la fiorentina, ma poi pensai che la bistecca potesse anche aspettare. Mandai un messaggio dicendo che ero a cena con un parente e misi via il cellulare, sperando che Lucia non chiamasse.

Naturalmente, Lucia chiamò alle nove in punto, come ogni sera. Appena vidi il suo nome sul display, uscii in giardino per rispondere. La conversazione fu breve, per fortuna, e rientrai senza dire una parola.
Marta era in cucina, intenta a preparare la cena.
«Mi permetti di cucinare?» le chiesi.
Lei, sorridendo divertita, annuì.

Cucinare mi è sempre piaciuto, e sapevo muovermi bene tra pentole e fornelli. Lei mi osservava, curiosa, e sembrava apprezzare la mia disinvoltura. La serata si svolse in modo piacevole: ridemmo molto, e tra noi iniziò un sottile gioco di seduzione. Mi divertiva il fatto che riusciva a rispondere con prontezza alle mie battute ironiche.

A un certo punto mi alzai, presi la bottiglia e riempii di nuovo i bicchieri. Il nostro gioco continuò, e l’atmosfera divenne via via più elettrica. Non riuscivo più a resistere. Ero attratto da quella donna dal fascino disarmante, sensuale e dolce al tempo stesso, con una purezza che raramente avevo incontrato.

Un po’ inebriato dal vino e dall’energia che emanava, cominciai a corteggiarla apertamente. Lei stava al gioco, e presto l’elettricità tra noi divenne irresistibile. Alla fine, ci trovammo sotto le coperte di un grande letto in ferro battuto, dai colori tenui.

Era tanto che non facevo l’amore con quella intensità, con quella passione. Sentivo ogni suo gesto, ogni respiro, e mi sembrava di toccare la sua anima. Ci addormentammo abbracciati, come se fossimo compagni di vita da sempre.

Mi svegliò il telefono alle sei del mattino. Era il mio collega di stanza che mi chiedeva preoccupato:
«Tutto bene? Che fine hai fatto? Quando non ti ho visto nel letto stamattina, mi sono spaventato!»
Risposi: «Tutto bene, arrivo subito, poi ti racconto.»

Mi vestii in silenzio per non svegliarla. Dormiva tranquilla, sembrava un angelo. Presi le mie cose e uscii. L’aria era fresca, e Firenze, ancora semiaddormentata, mi parve bellissima.

Raggiunsi l’hotel in pochi minuti e trovai il mio collega che mi accolse con un sorriso complice.
Quella settimana la ricorderò per sempre. Marta resterà nel mio cuore.

Passammo giorni spensierati, senza regole né limiti. Ci incontravamo il pomeriggio, vicino all’Arno, e poi la accompagnavo a casa per riporre i suoi attrezzi da pittura. A volte cenavamo nelle osterie fiorentine, altre volte cucinavo io per lei.

Mi sentivo felice, sereno, come non mi accadeva da tempo. Eppure, sapevo che abitavamo lontani, e che quella magia non sarebbe potuta durare.
Verso la fine della settimana mi accorsi che avevo pensato pochissimo a Lucia. Eppure, lei era la mia casa, il mio rifugio, la mia stabilità.

Quando arrivò il sabato sera, dovetti salutarla.
L’abbracciai forte e la baciai con passione. Lei rispose con la stessa intensità, ma due lacrime le scesero sul viso. Le asciugai con le dita e le sussurrai:
«Non piangere, mio angelo. Tornerò.»

Lei scosse la testa.
«Tu non tornerai più,» disse piano, «perché il tuo cuore appartiene a un’altra persona. Io sono solo una parentesi.»

Rimasi in silenzio. Raccolsi le mie cose e, con il cuore stretto, chiusi la porta dietro di me.

 

 

Dedico questo racconto al mio amico speciale che dice di essere “un semplice uomo di campagna”…




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