Quel libro in biblioteca Lo aveva scelto per caso

 


Quel libro in biblioteca Lo aveva scelto per caso.

 Era sulla mensola più alta della biblioteca del suo quartiere, nella saletta dove ci si poteva servire da soli, appoggiato in un equilibrio precario e rischiava di cadere. Un romanzo corposo, le pagine ingiallite e il bordo mangiato dal tempo. Aprendolo, trovò una cartolina dentro. Un paesaggio di campagna, una strada sterrata e un campo di papaveri. Sul retro una frase, scritta a mano: “Tutto quello che non ti ho mai detto è qui, tra le righe. Se sei tu a leggerlo, allora forse non è troppo tardi.” Rilesse quella frase più volte, come se potesse cambiare. Poi tornò all’inizio del libro e cominciò a leggere. Era una storia semplice, ma ti agganciava sin dalle prime righe, piena di frasi sottolineate da qualcun altro. Ad un certo punto, trovò un foglio piegato infilato tra due pagine. Un indirizzo e una data: quella stessa sera. Senza nome, senza spiegazioni. Decise che sarebbe andata.




 redatto da Liliana Elyra Fantini

Continua la storia

Presa dalla curiosità, uscii di corsa dalla biblioteca. L’aria era fredda e tagliente, ma non riuscivo a rallentare. Pedalai lungo la pista ciclabile, i capelli che mi si sollevavano ai lati e volavano nel vento come fili di seta ribelli.

Appena arrivata davanti a casa, legai la bici al solito palo all’angolo. Era diventato il mio posto fisso: nessuno del vicinato osava occuparlo.
Mi chiusi la porta alle spalle e corsi sotto la doccia calda. L’acqua scivolava sulle spalle, sciogliendo il freddo e i pensieri, ma non riuscivo a smettere di chiedermi chi potesse aver scritto quel messaggio misterioso.
Forse uno scherzo, forse un segno del destino.

Mi vestii in modo semplice: jeans, maglietta bianca, un maglioncino rosa pallido aperto sul davanti e scarpe da ginnastica. Mi truccai appena, giusto quanto bastava per non sembrare trasandata.
L’orologio segnava l’ora esatta. Era il momento.

Il messaggio diceva: “Ci vediamo in piazza d’Azeglio, accanto alla giostra dei bambini. Mi riconoscerai: indosserò un giubbotto di pelle nera, da moto.”

Pedalai fino alla piazza. Da lontano lo vidi, e il cuore cominciò a battermi più forte. C’era qualcosa di familiare in quella figura appoggiata alla moto, con le mani in tasca e lo sguardo perso tra le luci del tramonto.
Man mano che mi avvicinavo, il dubbio lasciò spazio alla certezza.
Oh mamma... è lui.

Erano passati tre anni dall’ultima volta che ci eravamo visti. Tre anni in cui avevo creduto che non sarebbe più successo. Ma era lì: Gianni.
Il mio amante.
L’uomo che avevo amato con tutto il cuore e che, allo stesso tempo, me lo aveva spezzato.

Mi vide e sorrise, incredulo.
— Ma guarda chi c’è! — disse, con quella voce che non avevo mai dimenticato.

Ci fissammo per un istante che parve infinito, poi ci abbracciammo.
Sentii il suo petto contro il mio, il battito dei nostri cuori che si rincorrevano come un tempo.

— Bene, salta su — mi disse, porgendomi un casco.
Dalla sacca tirò fuori un giubbotto da moto che mi calzava alla perfezione. Lo indossai senza dire una parola.

La moto ruggì, e partimmo. Le luci della città scorrevano come scie d’oro sui nostri volti.
— Dove mi porti? — gli chiesi, stringendomi a lui.
— Fidati — rispose soltanto.

E in quel momento, nonostante tutto, decisi di farlo.

Mi abbandonai sulla sua schiena e mi sentii di nuovo felice; non lo ero da tanto tempo.
Avevo ormai dimenticato tutta la sofferenza, le notti insonni, le serate trascorse nell’attesa di un suo messaggio o di un segnale, ma niente era mai arrivato.
Così, pian piano, lo avevo allontanato dai pensieri e poi nascosto in un angolo del cuore.
Mai avrei pensato di rincontrarlo così.
La moto correva, e lui aveva appena imboccato l’autostrada che ci avrebbe portato a casa sua, al mare.


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