Quel libro in biblioteca Lo aveva scelto per caso
Quel libro in biblioteca Lo aveva scelto per caso.
Era sulla mensola
più alta della biblioteca del suo quartiere, nella saletta dove ci si poteva
servire da soli, appoggiato in un equilibrio precario e rischiava di cadere. Un
romanzo corposo, le pagine ingiallite e il bordo mangiato dal tempo. Aprendolo,
trovò una cartolina dentro. Un paesaggio di campagna, una strada sterrata e un
campo di papaveri. Sul retro una frase, scritta a mano: “Tutto quello che non
ti ho mai detto è qui, tra le righe. Se sei tu a leggerlo, allora forse non è
troppo tardi.” Rilesse quella frase più volte, come se potesse cambiare. Poi
tornò all’inizio del libro e cominciò a leggere. Era una storia semplice, ma ti
agganciava sin dalle prime righe, piena di frasi sottolineate da qualcun altro.
Ad un certo punto, trovò un foglio piegato infilato tra due pagine. Un
indirizzo e una data: quella stessa sera. Senza nome, senza spiegazioni. Decise
che sarebbe andata.
Continua la
storia
Presa dalla curiosità, uscii di corsa dalla biblioteca.
L’aria era fredda e tagliente, ma non riuscivo a rallentare. Pedalai lungo la
pista ciclabile, i capelli che mi si sollevavano ai lati e volavano nel vento
come fili di seta ribelli.
Appena arrivata davanti a casa, legai la bici al solito palo
all’angolo. Era diventato il mio posto fisso: nessuno del vicinato osava
occuparlo.
Mi chiusi la porta alle spalle e corsi sotto la doccia calda. L’acqua scivolava
sulle spalle, sciogliendo il freddo e i pensieri, ma non riuscivo a smettere di
chiedermi chi potesse aver scritto quel messaggio misterioso.
Forse uno scherzo, forse un segno del destino.
Mi vestii in modo semplice: jeans, maglietta bianca, un
maglioncino rosa pallido aperto sul davanti e scarpe da ginnastica. Mi truccai
appena, giusto quanto bastava per non sembrare trasandata.
L’orologio segnava l’ora esatta. Era il momento.
Il messaggio diceva: “Ci vediamo in piazza d’Azeglio,
accanto alla giostra dei bambini. Mi riconoscerai: indosserò un giubbotto di
pelle nera, da moto.”
Pedalai fino alla piazza. Da lontano lo vidi, e il cuore
cominciò a battermi più forte. C’era qualcosa di familiare in quella figura
appoggiata alla moto, con le mani in tasca e lo sguardo perso tra le luci del
tramonto.
Man mano che mi avvicinavo, il dubbio lasciò spazio alla certezza.
Oh mamma... è lui.
Erano passati tre anni dall’ultima volta che ci eravamo
visti. Tre anni in cui avevo creduto che non sarebbe più successo. Ma era lì:
Gianni.
Il mio amante.
L’uomo che avevo amato con tutto il cuore e che, allo stesso tempo, me lo aveva
spezzato.
Mi vide e sorrise, incredulo.
— Ma guarda chi c’è! — disse, con quella voce che non avevo mai dimenticato.
Ci fissammo per un istante che parve infinito, poi ci
abbracciammo.
Sentii il suo petto contro il mio, il battito dei nostri cuori che si
rincorrevano come un tempo.
— Bene, salta su — mi disse, porgendomi un casco.
Dalla sacca tirò fuori un giubbotto da moto che mi calzava alla perfezione. Lo
indossai senza dire una parola.
La moto ruggì, e partimmo. Le luci della città scorrevano
come scie d’oro sui nostri volti.
— Dove mi porti? — gli chiesi, stringendomi a lui.
— Fidati — rispose soltanto.
E in quel momento, nonostante tutto, decisi di farlo.
Mi abbandonai sulla sua schiena e mi sentii di nuovo felice;
non lo ero da tanto tempo.
Avevo ormai dimenticato tutta la sofferenza, le notti insonni, le serate
trascorse nell’attesa di un suo messaggio o di un segnale, ma niente era mai
arrivato.
Così, pian piano, lo avevo allontanato dai pensieri e poi nascosto in un angolo
del cuore.
Mai avrei pensato di rincontrarlo così.
La moto correva, e lui aveva appena imboccato l’autostrada che ci avrebbe
portato a casa sua, al mare.


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